venerdì 8 ottobre 2010

lunedì 27 settembre 2010

to nine to fivers


Ogni giorno, se cerchi bene, c'è qualcosa di interessante da raccontare.
Oggi per esempio mi sono svegliato alle sette meno dieci.
In questo periodo mi sveglio ogni giorno alle sette meno dieci perchè, per finanziare la mia analista, faccio l'educatore per i bambini che i genitori consegnano a scuola alle sette e mezza. Lavoro dalle 7.30 alle 8.30. E ho finito.

Invece nel week end trascorso sono stato tutto il sabato e la domenica a vagare per casa senza sapere cosa voler fare. L'unica attività è stata leggere saltuariamente, per intervalli di 10 minuti, i seguenti libri:
Storia della psicanalisi.
Soffocare.
La storia dell'arte.
Ma dopo un pò mi annoiavano pure quelli.
E la causa di tutto ciò è che non ho un lavoro. Se lo avessi saprei benissimo cosa fare nel mio tempo libero.
Questo è quello che succede a non avere tempo libero, perchè non hai più tempo schiavo.
Se lasci il lavoro sei obbligato a sapere cosa vuoi. O sai cosa vuoi o diventi un vegetale. E sapere cosa vuoi significa sapere chi sei. E sapere chi sei presuppone che tu sia qualcuno. Ma questa sarebbe solo un'illazione ingiustificata.

Per questo sto scrivendo questa cosa. Perchè l'unica soluzione è la fantasia. Tu sei solo un io inventato. L'unica attività piacevole che ti rimane è inventare mondi, credenze, cose, che tanto non esistono, cioè esistono fin tanto che ci credi. La fantasia è la sola realtà.

venerdì 10 settembre 2010

HAPPYNESS (fiction version)


Entro dal panettiere: "Buonasera".
"Buonasera", dice la vecchia.
"Di grano duro non c'è niente?"
"Ci sono dei francesini"
Li guardo bene da dietro il bancone: "Ma non sono di grano duro vero?"
"No, però sono molto friabili".
"Ok, me ne dia uno".
Attraverso la strada, il portone grande e il portoncino. L'ascensore è quasi arrivato. Il portoncino si riapre. Entro nell'ascensore e aspetto il vecchio: "Sale?"
"Si, grazie".
Pensa un pò: "forse gliel'ho già chiesto: è uno studente?"
"No, lavoro", devo usare un linguaggio da vecchi.
"Ah. E vive con la moglie, la fidanzata?"
"No, con un amico...ho un coinquilino", se ci fosse più tempo arriverei a dire "Non sono gay".
Esce dall'ascensore e mi saluta sorridente: "Bah, prima o poi prenderà moglie..."

mercoledì 8 settembre 2010

tempo libero


C'è gente, come me, che lavora a casa. Lavora è un parolone, diciamo: che sta a casa tutto il giorno. E a un certo punto ti viene troppo voglia di essere un impiegato, di lavorare insieme ad altri per fare qualcosa insieme, ognuno con quello che sa fare.
Quindi dopo un giorno di solitudine e stress da autoimposizione di compiti vado su facebook a farmi una bella chiacchierata con gli impiegati presenti in chat.
Ho trovato il mio amico copywriter Riccarderò Avrò Catagnanato e abbiamo affrontato la questione del Tempo. Abbiamo dissertato sull'opportunità di usare, nelle campagne pubblicitarie, le parole "alle volte" in luogo dell'inflazionato "a volte", così la gente pensa che sei originale. Tipo: "Alle volte una buona colazione ti cambia la giornata".
Poi lui si è assentato un pò, forse per scrivere un titolo con quelle parole, e io ho iniziato a pensare a quante cose nuove inventerei nella lingua italiana se facessi il copywriter. Tipo dei tempi nuovi: il presente prossimo, il futuro remoto, il passato anteriore... Poi ho pensato che in principio era il verbo, ma quale verbo? se fosse stato il passato allora quello non sarebbe stato un vero principio. Poteva essere solo il presente o il futuro, ma di quale verbo?
Cmq poi ho chiesto a Riccarderò se potevo scrivere il suo nome e cognome sul blog e lui mi ha detto "solo se lo declini al futuro."

martedì 7 settembre 2010

HAPPYNESS


E' risaputo che l'arco di vita di un uomo dai 30 ai 40 anni e' il piu' ricco di disponibilita' femminile. Cioe' un trentenne ha un target vastissimo. Le under 30 lo amano perche' sembra adulto, le trentenni ancora single lo amano perche' sono disperatamente alla ricerca di un uomo che le sposi e che dia loro un figlio, e le over 40 lo amano perche' e' giovane, ma gia' un uomo.
Tra queste la categoria piu' interessante è quella delle trentenni. Da un'attenta analisi della maggior parte delle mie amiche e conoscenti e' risultato abbastanza chiaramente che queste qui, se ti beccano, farebbero un figlio al primo appuntamento, e cio' implica anche matrimonio o convivenza. Il 90 per cento delle ragazze accoppiate che sono state osservate sono totalmente assorbite dall'impegno gravosissimo richiesto dai preparativi per il matrimonio, o della costruzione e decorazione del nido di convivenza.
In molte di loro e' stato anche osservato che il fidanzato o marito e' spesso un mero strumento per avere dei figli.
Tutto cio' mi ha in un primo momento disgustato.
Quello che mi sono detto e': è naturale, istintivo, avere un marito? e' natuarale avere dei figli?
La mia risposta e' stata: no.
La maggiorparte della gente direbbe: volere un figlio e' naturale perche' anche gli animali ne hanno in modo del tutto naturale, quindi non e' un fatto culturale, ma istintivo.
La mia obiezione e' che io credo fermamente che gli animali, mentre fanno sesso, non pensano ad avere dei figli, ma soltanto ad avere piacere. E se avessero la possibilita' di costruire il profilattico o la pillola probabilmente li userebbero sempre.
Sono convinto che desiderare un figlio sia un condizionamento della nostra cultura: devi avere una mogle o una ragazza fissa e devi avere un figlio ad una certa età. Così sarai una persona rispettabile.
Se volete una prova chiedetevi perche' tanti stimati manager chiaramente gay hanno moglie e figli. Per non parlare dei calciatori.
E lo strumento teorico e strutturale con cui il matrimonio e la figliolanza vengono imposte per la reificazione di un sistema e' proprio l'assunzione teorica e indiscussa che desiderare una famiglia e un figlio sia naturale e normale, quindi chi non li ha non e' normale.
Ecco, dicevo che tutto cio' mi ha indignato e mi ha fatto morire di noia.
Solo stamattina ho pensato: quei desideri sono culturalmente condizionati, ma ci sono desideri non condizionati? e' come pensare che c'e' un effetto senza una causa. E la risposta e' no. Quindi qualsiasi cosa facciate va bene, tanto siete comunque schiavi.

lunedì 26 luglio 2010

LASCIAMILANO


Ciao a tutti. Fino a settembre questo è l'ultimo messaggio inviato da Milano.
Prima di quella data potrebbero esserci altri messaggi da Londra.

Resoconto di oggi:
mi è stata comunicata la morte del mio portatile ultra seienne.
Il cono al limone era un pò sciolto.
Mi fa male la nuca quando guardo in alto.
Ho scoperto la nu rave.

In più ho pensato:
si parlava tanto negli anni novanta di "questo è commerciale, quell'altro no". Sapete cos'è la pubblicità? La pubblicità è semplicemente creatività al servizio del commercio. Ecco, pensavo al fatto che tutti i creativi pubblicitari disdegnano la musica commerciale. Che strano.

Niente, solo questo.

sabato 17 luglio 2010

Dove trovare le idee


la tesi di oggi è:
nessuno fa errori nella propria lingua.

dimostrazione:
ogni volta che vedo la gente inorridire di fronte ad errori grammaticali in italiano commessi da italiani inorridisco. E penso: "quando sbagliano gli stranieri ti sembra normale però".
Noi accettiamo tutti gli errori grammaticali commessi dagli stranieri che parlano in italiano, ma se uno dice "scendimi i soldi", sorridiamo come a dire "è un ignorante, poverino".
Ma: "considerereste ignorante allo stesso modo un milanese che ha sempre parlato in italiano e fa un errore cercando di parlare in dialetto siciliano?"
il punto è: un siciliano, per esempio, che fa errori parlando in italiano, li fa perchè parla perfettamente un'altra lingua: il siciliano. E state pur certi che quello lì in siciliano non sbaglierà mai neanche una virgola.
Un'altra osservazione va fatta riguardo al risolino di cui parlavamo. Quel risolino indica soltanto che tu credi che l'italiano sia la lingua giusta e tutte le altre siano sbagliate. In realtà, l'italiano è la lingua imposta a tutti gli italiani dopo l'unità d'Italia. Parlare in dialetto vuol dire conservare una propria libertà. Chi parla solamente e perfettamente l'italiano è un pò più schiavo di chi sbaglia e parla anche in dialetto.
Inoltre, parlare perfettamente una lingua, parlarla esattamente, vuol dire parlarla secondo regole fisse e considerate immutabili. E questo implica che non cambierete mai nulla, neanche voi stessi. Sbagliare, al contrario, è creatività, è mischiare e creare nuovi concetti e nuove visioni del mondo. Quello che per un purista dell'italiano è "inconcepibile", non lo è per uno che usa liberamente la propria lingua. "Inconcepibile" vuol dire che non riesci a concepirlo, indica sterilità, ma se non ci riesci tu non vuol dire che non debba riuscire a concepirlo qualcun altro.

giovedì 15 luglio 2010

Mafalda, la foto non c'entra niente


C'era una volta un ragazzo di nome Charlie schiavo del suo computer. Quest'ultimo obbligava il ragazzo a stare giornate intere insieme a lui attraverso una specie di magia: forniva a Charlie dei piaceri molto bassi, come la possibilità di scrivere delle cose su facebook o sul suo blog che poi gli altri avrebbero detto "che belle! che intelligente! sei un genio! sei un grande!". Insomma il computer fomentava il narcisismo di Charlie e se lo teneva stretto stretto come Baglioni.
Un giorno però Charlie si accorse dell'escamotage del computer e decise di non accenderlo mai più.
Fu così che il ragazzo divenne un creativo pubblicitario.

martedì 13 luglio 2010

buon lavoro è un ossimoro


Un blog serve anche a capire cosa ti passa per la testa. Quando hai finito di scrivere il post ti accorgi che non era vero che non avevi niente da scrivere.
Allora...

C'era una volta un uomo molto povero che chiedeva l'elemosina al semaforo. Costui non era vestito di stracci, ma indossava un elegante vestito di Giorgio Armani. Un giorno passò di lì un uomo ricchissimo che guidava una peugeot 106 tutta sporca, ammaccata e malandata. Mosso da pena, il ricco regalò al povero una valigetta con 100.000 euro. Il povero lo ringraziò e gli promise di fare buon uso dei soldi.
Calata la sera il povero aveva già speso i 100.000 euro in abiti lussuosissimi, collane, braccialetti, oggetti di design, e bellissime opere d'arte. Così il giorno seguente tornò al semaforo.
Per una fortunata coincidenza tornò a quel semaforo l'uomo ricchissimo con la macchina in decadenza che, vedendo nuovamente il povero e pensando che quei soldi non gli fossero bastati, gli regalò una valigetta con ben un milione di euro.
Il giorno dopo al semaforo non c'era più soltanto il pover'uomo, ma un'intera squadra di pover'uomini vestiti benissimo, tutti sotto la direzione dell'uomo povero, che visse in questo modo per tutta la vita.

venerdì 9 luglio 2010

arte e favole






sto leggendo questo libro di luca beatrice che s'intitola "da che arte stai". in pratica il beatrice si schiera contro l'arte povera e il concettuale a favore di un'arte diciamo più ludica, fatta bene, e leggera. cioè qualcosa che comunichi qualcosa e che lo faccia bene, non qualcosa che non si sa cosa comunica perchè, se c'è qualcosa da comunicare, non si sa come comunicarlo.
cioè, questo è ciò che di positivo ho preso io dal testo di beatrice, e quindi quello che approvo, anche se per dire questo non credo ci sia bisogno di schierarsi contro i concettuali e l'arte povera. quello che non approvo finora è che beatrice afferma che il termine "nomadismo" sia stato inventato da Achille Bonito Oliva, il che mi sbalordisce perchè non posso credere che beatrice non conosca Gilles Deleuze, l'autore, diciamo, di quel termine.

un'altra cosa che posso raccontarvi è una favola:
c'era una volta un piccolo principe azzurro che non voleva andare a scuola. un giorno sua madre, la regina, gli disse: "se non vai a scuola crescerai così stupido che ti sposerai con una baldracca chiamata biancaneve".

fine